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SABATO 01 FEBBRAIO 2014 18:51 « Indietro
GIUSEPPE, EX-DETENUTO: "IL CARCERE TI INSEGNA A VIVERE SOLO IL PRESENTE. ATTIMO DOPO ATTIMO..."

Il racconto di  Giuseppe Daddiego, ex detenuto, ha qualcosa di speciale perché è la storia di un uomo di 47anni, del suo tormentato passato fatto di violenza e dolore  e della sua straordinaria rinascita. – “ Non penso mai al mio futuro. È il presente che conta per me” – esordisce Giuseppe, poeta e scrittore - “ Il carcere ti insegna ed abitua a vivere solo il presente, attimo dopo attimo…”.

Ricordi quando sei stato arrestato la prima volta?

“Non posso precisarlo perché già da piccolo, diciamo dalle elementari, ho cominciato a rubare tutto ciò che mi piaceva e capitava a tiro. Specialmente le biciclette che erano le mie preferite. Per questo venivo continuamente “beccato” dai carabinieri e portato di volta in volta in caserma. Insomma, nonostante la mia giovane età, ero diventato un volto noto e un assiduo frequentatore di quei luoghi.  Una volta ricordo che, ancora ragazzino, fui accusato di uno scippo che veramente non avevo commesso e, nonostante mi discolpassi, non fui creduto. In quell’occasione presi pure un pesantissimo schiaffo dal poliziotto con copiosa perdita di sangue che poi lui stesso cercò di “lavare” schiacciandomi con forza la testa in un lavandino pieno di acqua…è stato un attimo… ma ho pensato di morire! Comunque il mio primo “fermo” è avvenuto all’età di 15 anni  per rapina a mano armata in un supermercato. Eravamo in tre e la mano armata naturalmente era la mia.”

Che ricordi hai della tua famiglia?

“La disperazione di mia madre che avrebbe voluto sottrarmi ad un destino che aveva già abbondantemente segnato la mia famiglia. Io sono nato e vissuto al San Paolo, come sa, un quartiere “difficile” di Bari e per un ragazzino ribelle che non aveva conosciuto altro che le “regole” della strada non era semplice liberarsi da una sorte simile. Pensi che un giorno due poliziotti fermarono me ed un mio amico chiedendoci indirizzo e data di nascita e solo allora ci rendemmo conto di non conoscerle. Sapevamo solo di abitare al San Paolo e nient’altro. Da quel giorno imparai a memoria le mie generalità, ripetendole all’infinito, scritte in fretta sul palmo di mano per non dimenticarle. Poi arrivò anche la droga, la mia più grande nemica. Scippavo, rubavo auto e facevo tante rapine. Trattavo armi e di solito giravo armato. Tutto pur di sniffare quotidianamente. Naturalmente il carcere minorile era diventato la mia seconda casa…fino all’incontro con l’eroina. La mia non poteva ormai più chiamarsi vita. Riuscii anche ad entrare nella comunità di Don Gelmini e fu quella anche la prima volta che vidi piangere mio padre”.

Quanti anni in carcere?

“Orientativamente una ventina in tutto. La detenzione più lunga è stata per il blitz antimafia fine anni ‘90 accusato del 74 e 416bis. Alcuni pentiti avevano fatto il mio nome, per questo sono stato detenuto in varie carceri: Bari, Matera e nella sezione di Alta Sicurezza di Paola, in Calabria. Quello è stato il momento in cui ho cominciato a provare uno strano insopportabile senso di inquietudine. Mi interrogavo sulla mia vita: un inferno. Nel frattempo ero stato colpito da lutti mostruosi, inaccettabili: mia sorella, un pezzo della mia vita, se n’era andata uccisa da un’auto impazzita; mia madre, uccisa da mio padre che, detenuto in isolamento, tenta a sua volta di impiccarsi. Insomma la fine di tutto! È stato allora che ho percepito un senso di vuoto inspiegabile così come inspiegabile fu il gesto di un  detenuto, che mise fra le mie mani una Bibbia dicendomi -  “Leggila”! - L’ho fatto perchè “sentivo” di doverlo fare…. Non so se la mia vita è cambiata per quel motivo ma so che da allora a tutto ho dato un senso diverso percependo forte la necessità di “parlare” con Lui. Così Gli ho chiesto se aveva pena di me e se potevo sperare ancora nel suo perdono…poi, pian piano è arrivato il desiderio di riscatto.

E la decisione di  studiare?

“Per prima cosa ho cominciato a provare amore. Amore per me, verso gli altri e intuivo che questo amore in qualche modo dovevo esprimerlo. Quale miglior mezzo se non la scrittura? Ecco che ho deciso di studiare. Ho finito col prendere la terza media e mi sono scoperto poeta e scrittore. Allora ho voluto mettere per iscritto tutta la mia vita, senza sconti, senza se e ma. Per rendere testimonianza, per spiegare l’altra faccia della medaglia, quella che la società “per bene” non conosce o finge di non conoscere. L’obiettivo sono i giovani, dire loro che le cose che si conquistano coi sacrifici rendono l’uomo degno di questo nome. Poi, un’ultima cosa, mai potrò dimenticare il volto sofferente di mia madre, morta prematuramente e lontana da me, a cui non ho potuto chiedere perdono. L’ultimo pensiero della giornata è sempre per lei ed a lei dedico tante poesie come questa parte tratta dal mio ultimo libro: -… Nel profondo del mio cuore ti ho posto ed il nome tuo ho nascosto a chi mi dà colpa…”.

Elvira Zammarano


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