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GIOVEDÌ 17 DICEMBRE 2020 16:26 « Indietro
LA CRONACA DEL GIORNO DEI CARABINIERI

MOLFETTA (BA): ROCAMBOLESCO INSEGUIMENTO. CARABINIERI ARRESTANO UN UOMO CHE CIRCOLAVA CON AUTO RUBATA

I militari della Sezione Radiomobile della Compagnia Carabinieri di  Molfetta hanno tratto in arresto un giovane biscegliese per i reati di minaccia e resistenza a P.U. e ricettazione e danneggiamento. Gli uomini dell’Arma di Molfetta stanno portando avanti diversi servizi finalizzati al contrasto del fenomeno del furto delle auto. Spesso i malviventi riutilizzano le macchine rubate nei giorni precedenti nel comune stesso o nei comuni limitrofi, per effettuare furti di altre autovetture. Pertanto la ricerca attenta di auto rubate nei precedenti giorni diventa elemento fondamentale dell’attività. Durante la notte di domenica, la gazzella ha intercettato una Toyota Yaris, rubata a Molfetta il 10 dicembre e già oggetto di ricerche da qualche giorno.  

Il conducente del veicolo, non appena notato l’autovettura dell’Arma, ha tentato, a folle velocità, di dileguarsi per evitare di essere. I carabinieri, con lampeggianti e sirene spiegate, si sono lanciati all’inseguimento percorrendo strade cittadine, fortunatamente poco affollate dato l’orario e i divieti anti-covid.

L’inseguimento è durato una decina di minuti a velocità sostenuta, nonostante l’asfalto viscido a causa della pioggia e dell’umidità, fino a quando, il fuggiasco, giunto in zona Madonna dei Martiri, ha perso il controllo del mezzo, sbattendo contro macchine parcheggiate lungo la via. Oltre 5, sono state le autovetture danneggiate dall’uomo, che non è riuscito a fuggire. I militari lo hanno immediatamente identificato in un biscegliese con precedenti penali, che è stato portato in caserma, per poi essere tradotto presso la casa circondariale di Trani a disposizione dell’A.G.. I proprietari delle autovetture danneggiate hanno tutti formalizzato la denuncia per danneggiamento, mentre l’autovettura utilizzata per la fuga è stata sottoposta a sequestro per ulteriori accertamenti.   

 

BITETTO. SI APRONO LE PORTE DEL CARCERE PER LA GIOVANE LOSURDO MARIANGELA. FU LEI AD ASSASSINARE PEREZ PIERPAOLO

Un glaciale ed efferato delitto dai retroscena inquietanti, così potremmo definire l'omicidio di Perez Pierpaolo, 49enne, ucciso con un colpo di pistola alla testa, all’interno della propria abitazione, a Bitetto, il 26 giugno 2018.

Oggi, l'ennesima svolta nelle indagini. Arrestata -in esecuzione dell’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal GIP del Tribunale di Bari, Antonella Cafagna- Losurdo Mariangela, 25enne, ritenuta l’esecutrice materiale del delitto, figlia di Losurdo Pietro, 57enne, già affiliato al clan Parisi e collaboratore di giustizia.

Le indagini, condotte dai Carabinieri del Nucleo Investigativo di Bari e coordinate dal PM della DDA di Bari Simona Filoni (oggi Procuratore per i Minorenni di Lecce), hanno permesso di ricostruire l’esatta dinamica degli eventi, anche precedenti e successivi all’omicidio, di cui, in un primo momento, si era autoaccusato Losurdo Pietro, il quale aveva ricondotto il fatto all’incauto maneggio di un’arma.

I Carabinieri, dopo aver fermato nell'immediatezza il presunto reo-confesso, analizzando il materiale acquisito sulla scena del crimine, non si sono fatti convincere dalla versione resa dall’uomo e, pertanto, hanno dato inizio a un’intensa e articolata attività investigativa, finalizzata a ricostruire la dinamica dei fatti e a raggiungere la verità. Le minuziose indagini, le analisi di tabulati e di celle telefoniche, la visualizzazione di immagini riprese dalle telecamere di videosorveglianza di esercizi commerciali vicini, le dichiarazioni testimoniali acquisite e le attività di intercettazione condotte hanno confermato i sospetti degli inquirenti. Che a uccidere Perez Pierpaolo, con un colpo di pistola calibro 9 alla fronte, esploso, intorno alle 13.30, a distanza ravvicinata, mentre lo stesso dormiva sulla poltrona del proprio soggiorno, non fosse stato Losurdo Pietro ma la figlia Mariangela, all’epoca solo 23enne.

Resta allo stato incomprensibile il movente del delitto – come è riportato nell’ordinanza – non emergendo sufficiente elementi per attribuirgli uno sfondo passionale o per ascriverlo a un diverso contesto criminoso.

Quel che è certo, come già indicato nell’informativa dei Carabinieri, depositata agli atti del processo che si era nel frattempo instaurato per il fatto nei confronti del Losurdo Pietro, sia Mariangela Losurdo sia sua madre, 51enne, avevano intrapreso una relazione sentimentale con la vittima, un tempo uomo di fiducia proprio di Losurdo Pietro, nel compimento di attività criminali. Forse dunque un intreccio di tipo passional-criminale tra vecchi rancori di mafia o gelosie amorose?

Comunque sia, dopo l’omicidio, Losurdo Pietro, agendo per ‘amor di padre’, sarebbe entrato nell'abitazione con lo scopo di ripulire la scena del crimine, recuperare l'arma da fuoco ed evitare l’incriminazione della figlia per l’efferato delitto, attribuendosene la paternità. Nel corso del processo instauratosi -per l’omicidio- nei confronti del Losurdo Pietro, in sede di udienza del dicembre 2019, gli inquirenti avevano ribaltato la tesi autoaccusatoria di quest'ultimo, ottenendo una modifica del capo d'imputazione. Il Losurdo era poi stato condannato alla pena di anni 3 e mesi 8 di reclusione per il reato di false dichiarazioni all'A.G. e detenzione e porto di arma da guerra.

Non ha trovato riscontro nella ricostruzione degli eventi neanche l’ipotesi per cui la morte del Perez potesse essere ascritta a un fatto accidentale - si legge ancora nell’ordinanza – ma la scelta di sparare a distanza ravvicinata, in assenza di qualunque segno di colluttazione e quando la vittima dormiva, un unico colpo alla testa, capace di freddarla immediatamente appaiono sufficienti per dimostrare che l’esplosione del colpo di pistola non è stata conseguenza di  una determinazione istintiva ed emotiva.

La ragazza ha aspettato che il fidanzato si addormentasse per ucciderlo nel sonno! Un atteggiamento freddo e spietato, dimostrato anche dalla circostanza che la stessa non abbia mostrato alcuna resipiscenza durante il periodo di carcerazione del padre, autoaccusato del delitto, è valso per fondare il pericolo di recidivazione e per motivare la misura cautelare in carcere.

Tradotta in carcere, la ragazza è a disposizione del GIP che nei prossimi giorni effettuerà l’interrogatorio di garanzia.


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