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MERCOLEDÌ 01 NOVEMBRE 2017 13:04 « Indietro
NEOPLASIE PERITONEALI: WORKSHOP ALLONCOLOGICO DI BARI

Analizzare le metodiche diagnostiche e terapeutiche per definire i criteri radiologici dei vari stadi di tumore del peritoneo, meglio come conosciuto come carcinosi peritoneale. E’ il tema del secondo workshop in programma il 3 e il 4 novembre prossimi nella sala conferenze dell’Istituto Tumori Giovanni Paolo II di Bari. Presidenza del convegno affidata al direttore di chirurgia oncologica a prevalente indirizzo digestivo dell’Irccs G.Paolo II di Bari Michele Simone. Per due giorni una serie di esperti si confronteranno su tutti gli aspetti che riguardano questo genere di neoplasia che si sviluppa nel peritoneo, ovvero una membrana sierosa costituente l'involucro degli organi addominali e il rivestimento interno delle pareti dell'addome. Una patologia in continua evoluzione al punto che, secondo gli studi effettuati finora, restano ancora ignoti sia i meccanismi molecolari che regolano la progressione intraperitoneale, sia il profilo bio-molecolare, presupposto indispensabile per verificare l’efficacia di terapie individuali nei pazienti affetti da questo genere di tumore. La carcinosi peritoneale è stata considerata per decenni uno stadio terminale delle neoplasie intra-addominali avanzate, sia di origine gastroenterica, sia dell’apparato ginecologico. Si definisce sincrona la carcinosi peritoneale diagnosticata entro sei mesi dalla diagnosi del tumore primitivo, mentre quella metacrona rappresenta per lo più una recidiva a distanza. Se non trattata adeguatamente la prognosi di questa condizione risulterebbe molto grave al punto da provocare il decesso i pazienti in pochi mesi generalmente mediante il peggioramento delle condizioni generali per occlusione intestinale dovuto alla crescita di noduli di cancro nella cavità addominale che comprimono ed infiltrano l’intestino. Il workshp, dunque, si pone l’obiettivo di fare un punto sui metodi di cura individuando nell’istituto oncologico barese un punto di riferimento per questo particolare stadio clinico neoplastico, sia nella cura chirurgica, sia nella ricerca, per favorire l’innovazione di  metodiche sempre più all’avanguardia evitando la migrazione dei pazienti verso altre strutture sanitarie con i cosiddetti  “viaggi della speranza” spesso devastanti per il paziente e per la famiglia che l’accompagna.  Recentemente è stato sviluppato un trattamento loco-regionale in grado di curare la carcinosi peritoneale qualora possibile, oppure almeno di ridurne l’entità rallentando la crescita quando la sua eradicazione completa risulti impossibile. Questo trattamento si basa sulla combinazione della citoriduzione chirurgica massimale (CRS Cytoreductive Surgery) e della chemioipertermia intraperitoneale (HIPEC) che, al giorno d’oggi rappresenta il “gold standard” nel trattamento dei tumori primitivi del peritoneo. La chemioterapia ipertermica intraoperatoria (HIPEC) consente, quindi, di fondere all’interno della cavità peritoneale dosi molto elevate di sostanze chemioterapiche incrementando l’esposizione dei tessuti e l’efficacia del farmaco senza però incorrere negli effetti collaterali in quanto il farmaco non viene iniettato nel circolo e quindi non si diffonde per via sistemica. Un metodo che, attualmente, viene eseguito solo in centri specializzati. Tra questi si annovera l’istituto tumori Giovanni Paolo II che punta a garantire la cura al paziente attraverso la citoriduzione chirurgica associata a chemio ipertermia intraperitoneale considerando l’istituto barese in un centro di riferimento in Puglia nel contesto della rete oncologica.

 


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