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LUNEDÌ 23 DICEMBRE 2013 09:35 « Indietro
LA STORIA DI ANGELO, SENZATETTO PICCHIATO E MALTRATTATO. NON ERO L PER IL DANARO MA PER LUI

Luci, suoni, profumi….elementi caratterizzanti il Natale. Poi c’è la gente che, frettolosamente, ritagliandosi “strisce” di tempo, esce ed entra dai negozi per gli acquisti di rito. I volti segnati dalla stanchezza dell’ultimo minuto e dalla preoccupazione di dimenticare fino alla fine qualcuno di “importante”. A pochi passi dalla centralissima via dello shopping, lontano dalle nostre tradizioni cultural-religiose, “stride” il placido far nulla del popolo degli “stranieri”, distribuito come al solito e nonostante il freddo,  sulle panchine di Piazza Umberto. Tra loro “spicca” per l’aspetto da vecchio saggio un uomo vestito dimessamente ma dignitosamente con bastone e barba bianca. Tutti lo conoscono e parlano con lui. È Angelo Suttner, un sessantaquattrenne di origini austriache arrivato a Bari con i suoi genitori all’età di 2 anni e subito abbandonato presso la Chiesa Russa che a quel tempo era un presidio per profughi della CRI. È uno dei tanti invisibili o cosiddetti “senzafissadimora” che popolano la nostra città.

 

Cosa ricordi della tua infanzia Angelo?  – “Dei miei nulla.  Ho girato vari collegi e, dopo le medie, ho frequentato per 2 anni anche l’alberghiero. Pensavo che il lavoro nella ristorazione e nell’accoglienza  fosse il più adatto a me e così è stato. Ci sapevo fare coi clienti perché mi piaceva stare con la gente, anche straniera, tanto che ho imparato diverse lingue. Ho lavorato per quasi 20 anni in un noto ristorante di Bari ed ero soddisfatto. Certo, mai assicurato per cui, ora, pensione zero, ma avevo perfino una casa tutta mia e vivevo da solo perchè non ho mai pensato a farmi una famiglia. Purtroppo, molto frettolosamente e per colpe non mie, sono stato licenziato e dal 2005 vivo praticamente per strada”.

 

Per strada come si vive?  – “Bene. Non mi posso lamentare, anche se attualmente il mio dispiacere è legato soprattutto alla permanenza in questo centro per “ospiti senzatetto” dagli orari impossibili e dai mille divieti. Sono costretto a chiedere il permesso per uscire ed ho un limite per l’orario di rientro, mi sento in gabbia. Visto che l’unica cosa che amo e posso fare è passeggiare per la città, queste restrizioni diventano un problema per me. Specie se piove, se gli autobus fanno ritardo o se i miei amici volontari, Marco e Mary, una coppia di fidanzati, mi invitano un po’ più a lungo per un caffè. Insomma, non posso attardarmi”.

 

E del pranzo e della cena, che mi dici? - “Nella struttura il cibo è piuttosto scarso, scondito, ma non mi lamento perché c’è gente che sta peggio di me. Ricordo che alcuni anni fa, prima di essere qui, mi sentivo veramente felice perché libero…Vivevo sempre per strada, mangiavo nelle varie mense, di cui conoscevo gli orari di apertura e chiusura e poi, la sera rientravo al dormitorio.”

 

 E questo Natale dove sarai? – “Questo Natale sarà bello per me. La comunità di Sant’Egidio mi ha invitato. Starò con loro. Finalmente avrò qualcuno con cui parlare in modo sensato perché la struttura in cui vivo ora ospita persone che per aver perso tutto sono impazzite dal dolore.”

 

Angelo, cosa ti piacerebbe dire agli altri? – “ Vorrei raccontare questa storia. Un giorno un amico in difficoltà mi chiese soldi in prestito, allora lavoravo e avevo qualcosa da parte, insomma potevo aiutarlo. Dopo un pò questo amico riuscì a ricostruirsi una vita lavorativa dimenticandosi del prestito. Aveva aperto un bar. Allora contento andai da lui per congratularmi. Io vivevo già in strada. Entrai nel locale lieto di rivederlo, senza pensare e nemmeno chiedere un soldo di quelli che mi doveva. Fui cacciato e quasi picchiato. Credeva che fossi andato lì per la restituzione dei miei soldi. Ecco, questo mi dispiace e mi fa male, che  abbia pensato che io fossi lì per il danaro e non per lui. Mi piacerebbe tanto farglielo sapere…. Vorrei che la gente smettesse di affannarsi troppo per le cose e si fermasse contenta per quello che ha. Per me la vita è un dono e non so se a donarmela è stato quel Dio di cui ora ne stiamo festeggiando la nascita. So solo che è bella perché per me donare un pensiero, un sorriso o magari anche solo un racconto è lasciare una traccia di me e questo mi fa sentire davvero meno solo…”

Elvira Zammarano


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